mercoledì, Settembre 22, 2021

Placito capuano dove è conservato?

Il Placito capuano è conservato presso l’Archivio dell’Abbazia di Montecassino. Risalente all’anno 960 d.C., è una delle prime testimonianze del volgare italiano.

Il prezioso placito (sentenza) contiene la decisione del giudice di Capua, Arechisi, chiamato a risolvere la questione del possesso di terre, rivendicate sia dagli abati del Monastero di Montecassino sia da un certo Rodelgrimo.

Il documento è quasi totalmente in latino, ricco di formule giuridiche tipiche del linguaggio legale. Tuttavia, la parte che riporta la testimonianza orale a favore degli abati è trascritta dal giudice in volgare campano, quasi a voler sottolineare la necessità della comprensione da parte di tutti di quell’importante passaggio.

Sao ko kelle terre, per kelle fini
que ki contene trenta anni le
possette parte Sancti Benedicti.

So che quelle terre, per quei confini
che qui si descrivono
le possedette per trenta anni il convento di San Benedetto.

Il testimone dichiara quindi che per almeno trenta anni le terre contese sono state in realtà del Monastero di Montecassino; il che le rende di diritto di proprietà degli abati.

È il primo documento scritto in volgare; si notino infatti:

l’uso della consonante k;

l’uso di “trenta” (in latino, triginta);

uso del pronome “le” (in latino illas).

Il placito capuano sancisce per la prima volta la fine del latino anche nei testi ufficiali, in favore della lingua volgare, ovvero della lingua parlata dal popolo.

Il primato del Placito capuano è da sempre messo in discussione dal cosiddetto Indovinello veronese, che risale all’inizio del VII secolo d.C. Ma i filologi sono ormai concordi a ritenere quello veronese più un esempio di “tardo latino” che di “primo volgare”.

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