Popoli nomadi dell’Africa e dell’Asia

popoli nomadi

I popoli nomadi come i tuareg del Sahara e del Sahel, i beduini d’Arabia, i mongoli e i kazaki dell’Asia centrale, i kuchi dell’Afghanistan, hanno origini e storia differenti ma sono accomunati da importanti elementi sociali e culturali:
– il ruolo centrale della famiglia;
– il grande rispetto per la natura;
– la cura del bestiame.

Struttura organizzativa – Un ruolo fondamentale ha quindi la famiglia, caratterizzata dalla divisione dei ruoli fra uomini e donne: gli uomini si dedicano alla caccia, alla protezione del bestiame, alla ricerca dei pascoli; le donne si occupano delle attività che si svolgono nell’accampamento, come la mungitura e la lavorazione del latte.
Gruppi di famiglie legate dalla stessa ascendenza formano il clan. L’antenato comune, vero o mitico che sia, crea un’affinità tra le famiglie che garantisce la cooperazione nelle attività economiche.
A un livello superiore vi è la tribù, che assicura la collaborazione fra i diversi clan. Nella tribù ogni uomo ha gli stessi diritti e doveri; non esiste proprietà privata della terra, mentre di solito il bestiame appartiene alle singole famiglie.
Ogni tribù ha un capo, generalmente un anziano scelto fra i membri della dinastia alla quale si fa risalire il capostipite del gruppo; egli prende le decisioni più importanti consultandosi con i capi del clan e delle famiglie che si riuniscono in assemblea.

Le case dei popoli nomadi – I nomadi vivono in tende.

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La “Beit”, la tipica tenda beduina

La tipica tenda beduina è la beit, rettangolare e bassa, aperta sul lato anteriore che viene orientato in direzione sottovento, e con un unico spiovente sul lato posteriore. Si costruisce montando, su due o più file di pali, lunghi teli tessuti con pelo di capra, pecora o cammello. Spesso le tende sono dotate di un frigorifero  o di un televisore, collegati alla batteria della jeep che, in molte famiglie, ha sostituito il cammello.

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“Yurta”, la tenda dei popoli nomadi delle steppe asiatiche

L’abitazione dei popoli nomadi delle steppe asiatiche è la yurta (yurt in turco, ger in mongolo), tenda circolare a cupola fatta con bastoni incrociati coperti da strati di feltro e da pelli. All’interno, ogni membro della famiglia e ogni suppellettile hanno posti fissati tradizionalmente: il focolare è posto al centro, i giacigli e i luoghi di lavoro delle donne sono a est, quelli degli uomini a ovest; l’altarino buddhista è a nord.

Le attività economiche – La vita dei popoli nomadi ruota attorno all’allevamento del bestiame, la loro risorsa più importante. Grande diffusione hanno pecore e capre, che si adattano agli ambienti più difficili e forniscono prodotti fondamentali quali il latte, alimento base dei nomadi, la carne e la pelle. I prodotti della macellazione di pecore e capre vengono utilizzati in molti modi: dalle corna si ricavano pugnali; dalle pelli, contenitori per l’acqua (ghirbe), sandali, bisacce; con le pellicce si confezionano mantelli, tappetti, coperte.
Per procurarsi carne per l’alimentazione senza sacrificare capi del proprio bestiame, molti pastori si dedicano alla caccia di antilopi e gazzelle e di predatori che minacciano la vita del bestiame, come i grandi felini (in Africa) e i lupi (in Asia).

I mezzi di locomozione dei popoli nomadi – Grazie alle sue grandi capacità di adattamento e di resistenza, il cammello è l’animale più utilizzato per gli spostamenti nei grandi spazi desertici e nelle steppe asiatiche. Ad esso si affiancano spesso il cavallo – che, soprattutto per i mongoli, rappresenta il mezzo di trasporto di maggior prestigio – e l’asino.

La presenza dei popoli nomadi è oggi residuale rispetto alla loro diffusione in un passato ancora recente e sono destinati a scomparire nel volgere di poche generazioni.

Il modo di vivere dei popoli nomadi e la loro cultura stanno scomparendo sia a causa delle crescenti difficoltà di tipo ambientale ed economico, sia perché i governi tendono ad assimilarli e a sedentalizzarli: a inserirli cioé nell’agricoltura e nell’allevamento stanziale.
Alcuni stati africani in cui la pastorizia ha un ruolo fondamentale nell’economia nazionale – ad esempio Sudan, Ciad, Niger, Mali, Senegal, Somalia – hanno promosso piani per l’apertura di pozzi e per la costruzione di dighe e bacini lungo i fiumi: in questo modo la facilità di approvvigionamento idrico tende a ridurre le migrazioni stagionali dei pastori e delle greggi.
Per trasformare i popoli nomadi in agricoltori, altri stati – come la Turchia, la Siria, l’Algeria – hanno ripartito le terre, un tempo appartenenti alle tribù, in appezzamenti di dimensioni ridotte da assegnare con pagamento dilazionato alle singole famiglie.
Di queste riforme, però, i popoli nomadi non hanno tratto molti vantaggi; spesso, anzi, il loro tenore di vita è decisamente peggiorato. L’esiguità delle terre assegnate e la scarsa assistenza tecnica e finanziaria fornita dai governi hanno spinto molte famiglie a riprendere la pastorizia: questa, però, praticata su spazi limitati, non è più in grado di fornire il necessario per vivere.